Tratto da "Le note raccontano"
Allora, immaginiamoci Pont Canavese, una mattina del 21 settembre del 1878. È San Matteo, ed è il giorno della fiera più importante dell’anno, quella che si tiene nei celebri prati della fiera, di proprietà dei Destefanis. Una distesa erbosa che accoglie centinaia di capi di bestiame, migliaia di persone, bancarelle, truffatori, santoni, musicisti, e naturalmente, un cavadenti che sembra uscito da un'opera di Offenbach.
Pont, a quel tempo, non è un posto qualunque. È un borgo attivo, pieno di manifatture, con un mercato settimanale ogni lunedì e sei fiere annuali – ma quella di settembre è la più grossa, la più rumorosa, la più teatrale. Ci si va con le scarpe buone, il bastone per aprirsi un varco tra le vacche, e un po’ di spirito di sopravvivenza. Perché, come racconta un testimone dell’epoca:
“Pensai: sarò certo di arrivare a casa coi calli sani? Di non ricevere una cornata sulla schiena?”
Questa è la Pont del XIX secolo. La Pont che riunisce bovini mugghianti, suini grugnanti, capre belanti, e una folla vociante venuta da tutte le valli. Ma anche la Pont che si diverte a vedere all’opera un ciarlatano vestito da gran dottore, che si presenta su una carrozza sghemba, pare fosse appartenuta a un vescovo, traballante come il suo proprietario.
Il nostro cavadenti-showman, 120 chili per quasi due metri, ha la faccia rubiconda, il naso da bevitore e... un trombone gigantesco che sembra uscito da un arsenale medievale. Quando lo suona, la fiera si paralizza.
Le beghine si fanno il segno della croce.
Le vacche tirano le corde.
I porcellini fuggono.
Gli asini ragliano e scalpitano.
“Le beghine credettero fosse il primo segnale del Giudizio Universale.”
E quando il nostro eroe si mette a sollevare le ragazze del pubblico per farle salire sulla carrozza, prendendole di peso da dietro, il pubblico scoppia in grasse risate. Alcuni protestano, ma tanti si divertono. Alcuni nobili di passaggio addirittura insegnano alle ragazze della Valle Soana, le più belle e con le gonne più corte, a salire dal lato “giusto”, dove manca il predellino…
Ma la Fiera non è solo burla e tromboni. Meno di quarant’anni prima, nel 1839, proprio in quei prati, venne montato un patibolo per l’ultima esecuzione capitale nel Canavese. Due uomini, il Notaio Rajmondo Panieri di Napoli e Michele Riva Cambrin di Ribordone, furono impiccati per l’omicidio del sindaco di Sparone.
La cosa grave? Dopo l’esecuzione emerse il sospetto che fossero innocenti. Testimonianze false, motivazioni politiche, un cadavere che non era stato decapitato, nonostante una delle prove dicesse il contrario. Un errore giudiziario? Forse sì.
Quel giorno, il paese rimase senza pane.
Tanta era la gente arrivata a vedere l’impiccagione che bisognò mandare carri nei paesi vicini per comprare viveri.
Le campane, raccontano le cronache, suonarono a morto per tutta la mattina, immerse in un’atmosfera più da tragedia che da giustizia.
Ed è proprio questo contrasto a rendere viva la Pont di quel tempo: tra gioia e paura, mercato e spettacolo, condanna e risate.
In un solo luogo, i Prati della Fiera, troviamo la sintesi della società popolare ottocentesca: il contadino e il borghese, il venditore di animali e l’artista da strada, il giudice e il cavadenti, la banda e la forca.
È tutto lì. Una fiera. Un paese. Una folla.
E il trombòn del cavadenti, che ancora oggi, se chiudiamo gli occhi, pare di sentirlo ruggire.