Un viaggio storico-musicale tra piazze, pascoli e balli proibiti dagli appunti di Elena Vittolo
Se vi immaginate il Canavese come un angolo sonnolento di Piemonte, dove l’unico suono fosse quello del fiume che scorre… ripensateci. Perché Pont Canavese, dal Medioevo in poi, è stato un vero e proprio palcoscenico sonoro, dove si suonava ovunque: in fiera, in chiesa, nei prati, sui balconi, nelle borgate e perfino… dietro le filature.
Dal Monte Uliveto alle piazze delle fiere: arpe e cantastorie
Tra il X e il XIII secolo, nelle tribù seminomadi del Monte Uliveto e Monpont, si sentivano i suoni antichi dell’arpa celtica e dei cantastorie itineranti. Roba da film fantasy? No: è la musica popolare che affondava le radici in racconti, ballate e fiabe cantate attorno al fuoco. Dal ‘500 in poi, questi suoni migrano nelle fiere di Piazza San Francesco e Via Marconi, dove trovano un pubblico più vasto… e più critico.
Campane e tamburi: la sveglia del villaggio
Dal 1500 arrivano le campane: civiche, ecclesiastiche, da bestiame. Un concerto a cielo aperto, che segna le ore, le feste, i lutti e gli allarmi. Poi, con l’epoca sabauda e napoleonica, arrivano tamburi e tamburelli, al servizio delle parate militari, come una colonna sonora per l’autorità. L’aria si fa più marziale, ma la musica non smette mai di suonare.
Flauti e ottoni, dalle montagne al borgo
I pifferi e i flauti di Pan erano compagni dei pastori, ma quando si scendeva in paese per le processioni o le feste patronali, entravano in scena strumenti più nobili: clarini, clarinetti, trombe, tromboni. Nascono le bande musicali, che diventano parte della vita pubblica: matrimoni, funerali, carnevali e commemorazioni.
Musica colta: violini e clavicembali per trovare marito
Nel tardo ‘700 si comincia a suonare in casa: pianoforte, clavicembalo, violino. Ma attenzione: non era solo arte. Nelle case bene (come palazzo Craveri-Borgarello, via Piana, Roscio o Imperiale), le ragazze suonavano per mostrare “talento”... e trovare un buon partito. Una serenata ben riuscita poteva portare all’altare. Una male accolta, finire con un secchio d’acqua in testa.
Gironde, organetti e fisarmoniche: la musica popolare prende il largo
Dall’800 in poi la musica scende tra il popolo. Organetti, gironde, fisarmoniche, chitarre e mandolini animano i balli nelle borgate: Faiallo, Doblazio, Villanuova… Si balla sulla terra battuta e si beve vino rosso. Ma attenzione: dietro la filatura Falletti, un ballo tra soli uomini finisce in tragedia. È documentato nei registri criminali: musica e cronaca nera.
La danza entra nei muri: case operaie, stazioni e… sale clandestine
Con la costruzione delle case operaie a fine ‘800, si comincia a ballare al chiuso. Arrivano le sale da ballo, come quella dei “Fuma” o la mitica sala Rastello in via 28 ottobre (oggi via 4 maggio), attiva persino in piena guerra. I giovani sono al fronte, ma chi resta si consola con la radio, un vecchio suonatore e una fisarmonica polverosa.
Dal valzer al rock’n’roll: l’arrivo del jukebox
Nel dopoguerra, la rivoluzione è elettrica: giradischi, dischi americani, jukebox. Si balla con la musica di Elvis e dei Platters, i suonatori tradizionali vanno in pensione, e con loro una certa idea di festa. Ma resta, nei cortili e nelle piazze, l’eco di mille musiche diverse, memoria sonora di una comunità che ha sempre suonato per raccontarsi.
Da balli proibiti a concerti sui balconi, Pont Canavese ha suonato ogni tipo di musica, facendo della propria storia una sinfonia popolare in divenire.
“Chi non danza, non sa cosa succede nel cuore di un paese.”