Nel dialetto ruvido e tagliente dei montanari, che da sempre guardano al fondovalle con una certa diffidenza, i pontesi erano i peilacan – letteralmente, “pelacani” – ovvero quelli che, secondo la tradizione, approfittavano con astuzia mercantile dell’ingenuità o della necessità di chi scendeva a vendere latte, formaggi, castagne o legna. Era un epiteto burbero, che mescolava il risentimento con una buona dose di autoironia. Non a caso, agli inizi del Novecento, gli stessi pontesi finirono per appropriarsene, facendo del Peilacan una maschera carnevalesca e persino il soggetto di una fontana ancora visibile nel paese.
Oggi il nome Peilacan è stato scelto anche per un bollettino mensile, quasi a rivendicare con orgoglio quella furbizia da bottega che i montanari vedevano con sospetto e che, in fondo, fa parte del carattere stesso di Pont: borgo di commercianti, di artigiani, di manifattura e di mercato. Così, in una parola sola, si cristallizza un pezzo di identità collettiva, quella di un paese capace di ridere anche dei propri difetti e di farne simbolo.
Ma il Peilacan arriva da un po' più indietro:
C’è un uomo scolpito nella pietra, nel pieno gesto di afferrare un cane: si trova ancora oggi a Pont Canavese, nei pressi del palazzo comunale, e ha un nome che, tra burla, leggenda e storia, è diventato simbolo del paese. È il Peilacan, termine dialettale che indica colui che “scuoia i cani”. Oggi suona come un soprannome pittoresco, ma alla fine del Seicento, in tempi di guerre e pestilenze, in un paese poverissimo infestato da branchi di cani inselvatichiti, il peilacan era una figura concreta. Cacciava quei cani pericolosi per greggi e bambini, e ne scuoiava le carcasse: le pelli venivano poi usate per fabbricare scarpe per chi non poteva permettersi altro.