Fonte: rivista Canavèis dell’editore Baima e Ronchetti
Quando si affrontano personaggi o vicende che ci riportano indietro di secoli, si entra spesso in un terreno scivoloso. C'è la storia, quella fatta di carte d’archivio, mappe catastali, testamenti, atti notarili… e poi c’è la leggenda, che sopravvive nel racconto delle nonne, nei nomi delle pietre, nei sussurri delle valli. E il difficile, ovviamente, è capire dove finisca l’una e dove cominci l’altra.
Se si comincia da una leggenda, da un masso caduto e da un nome un po’ strano – la roca Gipoyra – non è affatto detto che si riesca ad arrivare da qualche parte. E invece...
Erano passati vent’anni – forse anche di più – da quando nel territorio di Pianrastello, una borgata di Pont che guarda verso la Valle Soana, si dovette far brillare un grosso masso che minacciava le case del paese. Quel masso era conosciuto da tutti come la roca Gipoyra, ma nessuno sapeva bene perché si chiamasse così. Solo il nome, e qualche vaga storia che i più anziani ricordavano di aver sentito raccontare da bambini.
Fu allora che una signora molto anziana, con la saggezza di chi è cresciuta ascoltando storie sotto il focolare, raccontò di un alchimista: uno che, sotto quel masso, ci aveva fatto la sua grotta segreta, e che lì era morto in un’esplosione, lasciando il suo nome alla roccia.
Ora, sentendo una storia così, viene naturale alzare un sopracciglio, ma siccome il toponimo c’era davvero, e di grotte e di carbonaie in zona ce n’erano eccome...
Un giorno, fra un fascio di vecchie carte destinate al camino, si trovò un atto di compravendita datato 1678. Niente di eclatante, si trattava della vendita di un pezzo di bosco ai Piani di Rastelli. Ma a vendere era un certo Genesio de Gepoyra. Ecco il colpo di fortuna: i De Gepoyra erano esistiti davvero.
Questa scoperta apriva una pista. Spulciando nei registri dei consegnamenti, nelle carte dei catasti e negli atti conservati negli archivi locali, si scoprì che la famiglia de Gepoyra aveva abitato a Pont dal Cinquecento fino alla fine del Seicento, con proprietà proprio a Pianrastello. Poi, d’un tratto, erano scomparsi.
Non era un cognome comune, per cui cercarne l’origine divenne più semplice. Alcune fonti indicavano la Provenza come luogo d’origine, e la famiglia risultava legata, addirittura, a comunità catari sfuggite alle persecuzioni religiose. Da lì alla corte sabauda – che in quel periodo si spostava da Chambéry a Torino – il passo era breve. E Liborio, secondo la leggenda, era proprio un alchimista a servizio della corte.
La storia racconta che Liborio, accusato della morte del suo maestro – un altro alchimista, forse più famoso o più potente – fu costretto a fuggire. Ad aiutarlo fu un monaco, che gli fece indossare un saio e lo portò con sé in un convento isolato nella valle di Forzo. Lì, per alcuni anni, Liborio si nascose e studiò. Apprese il latino, perfezionò la sua arte, e alla morte del monaco si trasferì più a valle, a Pianrastello, dove comprò dei terreni – la Cumba d’l Brèch – e si costruì una casa. Le grotte naturali della zona furono trasformate in laboratorio alchemico. Le carbonaie locali fornivano il fuoco, l’acqua scendeva da un ruscello, e le rocce offrivano la materia prima. L’obiettivo era quello di sempre: ottenere l’oro.
Un giorno però, qualcosa andò storto. Un’esplosione, forse un errore di calcolo, forse un esperimento fallito, fece crollare una parte della montagna, seppellendo le grotte. I testimoni dell’epoca – secondo il racconto – continuarono a parlare per anni del disastro, e il nome del povero Liborio restò legato a quel masso.