La famiglia Craveri è una delle più note e radicate di Pont Canavese, tanto che la piazza principale del paese porta il loro nome, a testimonianza di un legame indissolubile con la comunità. Nei ricordi di famiglia, raccontati da Marianna Craveri e tramandati nei decenni, emergono episodi che intrecciano la vita quotidiana di Pont con la grande storia del Piemonte. Tra questi vi è quello di Vittorio Emanuele II, il “Re cacciatore”, che con il fratello Ferdinando di Savoia, duca di Genova, amava recarsi nelle Valli Orco e Soana. Durante le battute di caccia non mancava di passare per Pont, e questi episodi diventavano argomento di conversazione durante le lunghe estati trascorse in paese. È in questo contesto che la memoria familiare di Marianna Craveri, quadrisnonna di origine valsesiana ma pontese di nascita, prende forma e si lega alla figura di Francesco Borgarello, notaio e avvocato torinese, uomo brillante della Torino del Risorgimento che lei sposò, portando così il nome dei Craveri anche in ambienti cittadini di rilievo. La coppia trascorreva le estati tra Pont e Pavarolo, dove possedeva vigne e cascine, e Marianna non perdeva occasione per sottolineare quanto quelle colline e quei paesaggi fossero parte essenziale della sua identità. Ricordava con nostalgia le vendemmie di fine settembre nella vigna del Truc, un terreno che non esiste più ma che allora rappresentava il cuore pulsante della vita agricola di famiglia. Descriveva quelle giornate come momenti dolci e irripetibili, più veri della vita di città. Torino, pur essendo il luogo del prestigio professionale di suo marito, rimaneva per lei un ambiente estraneo, mentre Pont e Pavarolo rappresentavano la casa, il cuore delle tradizioni e degli affetti. Proprio a Pont i Craveri avevano costruito la loro dimora in via del Commercio, l’attuale via Caviglione, che nel tempo si trasformò in un vero e proprio palazzotto grazie anche ai legami matrimoniali e all’attività economica della famiglia. La memoria locale ricorda come Antonio Craveri e suo figlio Domenico, nel 1829, ottennero una medaglia di bronzo per aver brevettato catene all’inglese e utensili da cucina in ferro stagnato, invenzione che diede lustro non solo alla famiglia ma a tutto il Canavese. Le forniture militari raggiunsero i Savoia e persino Napoleone, dimostrando l’importanza e la qualità del loro lavoro. Nonostante le difficoltà legate alla morte di Antonio e alla concorrenza estera che spinse la ditta Craveri a interrompere l’attività di metallurgia, il nome rimase legato a ingegno, intraprendenza e innovazione. L’eredità più preziosa non furono però soltanto le attività economiche, ma anche i racconti, i ricordi e il senso di appartenenza a Pont che Marianna seppe custodire. Nelle sue parole emerge sempre il contrasto tra la città e la campagna: Torino, con i suoi palazzi, era un luogo da cui attingere cultura e prestigio, ma Pont e Pavarolo restavano i luoghi dell’anima, dove i tramonti erano più lunghi e il tempo sembrava rallentare. Qui Marianna si sentiva padrona, qui riviveva la sua identità più autentica. E se oggi a Pont tutti parlano di Piazza Craveri, non è solo per un’intitolazione ufficiale, ma perché la storia della famiglia è intrecciata a doppio filo con quella del paese: dalle innovazioni artigiane all’impegno nel Risorgimento, dalla vita quotidiana tra le vigne alle memorie trasmesse alle generazioni successive. La famiglia Craveri, con le sue vicende di successo, di innovazione e di memoria, continua ancora oggi a rappresentare un pezzo fondamentale della storia di Pont Canavese, una storia che si respira ogni volta che ci si ferma nella piazza che porta il loro nome.