Per molti anni ha gestito la tabaccheria sotto i portici. Aveva solo 12 anni quando iniziò ad aiutare la madre, dopo che il padre perse la licenza a causa di problemi familiari legati al secondo conflitto mondiale.
Era l’inizio degli anni ’60 e la sua famiglia non era l’unica a vivere e lavorare sotto i portici di Frassineto. Questo spazio era diventato un punto di riferimento per tante persone, offrendo opportunità di lavoro e socialità. L’attività di famiglia trovò lì una nuova dimensione, tra il via vai degli abitanti e la vicinanza alla montagna, che garantiva afflusso continuo.
Sotto i portici si conoscevano tutti: era un microcosmo vivo e dinamico, dove ogni occasione era buona per scambiarsi due parole, per offrire aiuto, o per vendere qualcosa. Oltre ai negozi, si trovavano piccoli laboratori artigiani e botteghe. C’erano le vetrine dei sarti, dei fabbri, dei falegnami, venditori ambulanti e rivendite di generi vari, tra cui la loro tabaccheria, dove si potevano acquistare anche vestiti, pettini, cappelli e piccoli oggetti d’uso quotidiano.
La zona era attraversata da carrozze, biciclette, motorini e automobili. I portici erano animati da voci, rumori e profumi. Gli ambulanti arrivavano anche da fuori paese, offrendo utensili, stoffe, frutta esotica e merci rare. Nei pressi si trovava anche un’armeria, che vendeva articoli da caccia e pesca.
Le donne si ritrovavano spesso lì, per raccontarsi le giornate e condividere qualche ricetta. Anche chi tornava dall’America faceva tappa sotto i portici: le famiglie emigranti mantenevano così un legame con le proprie radici.
Il freddo si faceva sentire, ma il calore umano non mancava mai. Si condividevano pezzi di vita, difficoltà, gioie, e nei momenti di festa l’atmosfera era speciale. I bambini giocavano con poco, ma sempre insieme. E quando la neve cadeva abbondante, si spalava tutti insieme.
La sua famiglia ha continuato a lavorare nella tabaccheria per decenni. Col tempo, i rapporti con i clienti si sono fatti sempre più personali, trasformandosi spesso in vere amicizie. In quegli anni, la parola data aveva ancora un valore profondo, e la fiducia era alla base di tutto.
La figlia, crescendo in quell’ambiente, ha ereditato non solo l’attività, ma anche lo spirito di servizio verso la comunità. I ricordi di quegli anni restano vivi: le mani screpolate per il freddo, il profumo dei dolci a Natale, le risate sotto i portici d’estate, il suono della pioggia sul selciato in inverno.
Oggi i portici sono più silenziosi, quasi spettrali nelle sere d’inverno. Solo qualche cane randagio o gatto curioso ne percorre i corridoi. Ma chi ha vissuto quei tempi conserva nel cuore un segno indelebile: il ricordo di una comunità viva, unita, e del passo della “tabacchina”, sempre pronta con un sorriso o una parola gentile.