Tratto da: La Brasa e la Spluvia
Carlo Bonatto Minella nasce a Frassinetto, paesino appollaiato sulle montagne del Canavese, il 6 agosto 1855. Figlio di contadini, cresce in una terra dura, dove si sopravvive più che vivere. Ma lui non è come gli altri. È gracile, sognatore, non ha il fisico per il rame né per le bestie, e preferisce osservare il volo degli uccelli piuttosto che rincorrere una capra. Disegna con pezzi di carbone sulle carte da spesa e, cosa sorprendente, ha un senso innato della prospettiva e del colore. Don Terabiono, maestro del paese, capisce subito: quel bambino ha un dono.
Con l'aiuto del parroco e della famiglia, Carlo riesce a iscriversi all’Accademia Albertina di Torino. Ha 14 anni e in città fa scalpore: vestito di panni grossolani, zoccoli ai piedi, viene deriso dai compagni borghesi. Ma quando si mette davanti a una tela, non ce n’è per nessuno. Diventa l’allievo prediletto di Andrea Gastaldi, uno dei grandi dell’Ottocento italiano.
Eppure, il corpo non regge: Carlo è malato, probabilmente di tisi, forse anche di anemia. In pochi anni però produce opere di una maturità straordinaria: dipinge “La lezione di anatomia”, “La Pensierosa”, “Giuditta”, “La figlia di Sionne”… un crescendo di tecnica, sentimento e visione. Vince premi, espone a Torino, ottiene incarichi. Ma nel 1878, a 22 anni appena, si spegne nel suo paese natale.
Lo seppelliscono con i suoi pennelli, nella bara, come se anche la pittura dovesse morire con lui. Il padre, disperato, conserverà il suo cranio, fissandolo a una croce. Ecco, è anche questo il Bonatto Minella: una leggenda tragica che aleggia tra le montagne, nel silenzio di Frassinetto, dove ogni affresco sbiadito potrebbe essere suo.
E oggi? Oggi lo conoscono in pochi. Una Galleria a Torino conserva alcune sue tele, c’è una meridiana sbiadita firmata da lui sulla grangia di famiglia, e qualche pilone votivo che forse ha decorato. Ma Bonatto Minella non è nei libri di scuola, né nei musei maggiori. Eppure, in un’Italia che sa raccontare solo i “grandi nomi”, Carlo meriterebbe di essere ricordato come uno dei massimi talenti pittorici piemontesi dell’Ottocento. Uno che, in vent’anni di vita vera, ha fatto più arte di quanti ne fanno in una carriera intera.