Tratto da: La Brasa e la Spluvia
C’è qualcosa di profondamente medievale — e insieme sorprendentemente moderno — nella lunga vicenda degli speziali di Pont Canavese. Tutto comincia il 17 dicembre 1696, quando la duchessa Anna d'Orléans, consorte di Vittorio Amedeo II, concede ufficialmente una piazza di farmacia al borgo. Un segno del nuovo ordine voluto dal duca, che quell’anno aveva deciso di regolamentare il territorio con precisione sabauda: 434 piazze di speziale, ereditarie, vendibili e rigidamente autorizzate.
A Pont, la prima spezieria apre in via Caviglione 14, e a memoria di ciò resiste ancora oggi un’incisione in pietra con la data incisa a imperitura testimonianza. La gestisce la famiglia Corso, destinata a tramandarsi l’arte della medicina e della chimica per generazioni. In quella bottega si trovavano spezie, erbe, vasi di peltro, sanguisughe, barattoli in terracotta, e un farmacista che con minuziosa perizia confezionava elisir, pozioni, linimenti e misture, dosando tutto con il bilancino e impacchettando con carta sottilissima. Una farmacia? Forse. Ma sembrava più la stanza dei segreti di un alchimista.
Nel 1839, due erano gli speziali pontesi: Antonio Pechenino, anche confettiere e fondachiere, e Giuseppe Bertotti, venditore di “robbe vive” come cordicelle da mandolino, cioccolato e marzapani. Sarà il figlio Carlo a trasformare la bottega in Regia Farmacia, segnando il passaggio dallo speziale all’odierno farmacista: non più solo empiria e tradizione, ma esame universitario, responsabilità per le sostanze velenose, certificato morale firmato dal parroco e dal sindaco.
Dalla metà dell’Ottocento, la farmacia Corso continua la sua lunga corsa sotto l’insegna nera con lettere dorate: vanto di famiglia, simbolo di tradizione e rigore. Nel 1925 viene rilevata dal dottor Giuliani, e poi passa al dottor Sarolli, infine al dottor Sabato. Accanto a questa, intorno al 1935, operano anche la farmacia di Mario Piano in via Marconi, venditrice anche di pellicole Ferrania, e la drogheria-farmacia di Giovanni Ronchetti, che si autodefiniva “Premiata farmacia”, ma vendeva caffè, menta e dado da brodo più che pozioni e tinture.
Con gli anni ’50 e ’60 il paesaggio sanitario cambia ancora. Si aprono le farmacie Campiglia e Salvini in via Caviglione, quest’ultima al numero 37. Ma qui la storia si tinge di tinte tragiche. Due famiglie — i Salvini e i Balocco — perdono tre figli in eventi distinti e misteriosi, un dolore che porterà entrambi ad abbandonare il paese. Una casa, quella di via Caviglione 37, verrà ricordata come la “casa maledetta”, alimentando leggende nere e timori popolari.
Nel tempo, le erbe e le bottigliette dai nomi arcani cedono il passo a blister e ricette digitali, ma la memoria della spezieria del 1696 rimane scolpita nella pietra e nella storia locale. Oggi Pont conta due farmacie moderne, la Corbiletto in piazza Craveri e la Brannetti in via Roscio. Ma a chi sa osservare con attenzione, dietro le insegne illuminate, appaiono ancora le ombre delle botteghe buie, dei farmacisti con il camice lungo e il gesto lento, degli alambicchi, dei barattoli di vetro, e dei profumi — non sempre gradevoli — che raccontavano una scienza antica e concreta: quella della cura.