Tratto da: Liceo Botta
“La libertà non rappresenta per me soltanto il supremo dei miei ideali di cittadino, ma quasi la stella polare a cui si è indirizzata sempre quella qualunque mia attività didattica e scientifica, la quale può non aver contato proprio per nulla, ma che per me conta più che tutto, perché essa è stata ed è la stessa ragione della mia vita spirituale: così che, se alla libertà per opportunismo, per utile o per paura io non tenessi fede, mi parrebbe di aver vissuto invano o di perdere insieme la stessa ragione di vivere e a me accadrebbe davvero propter vitam vivendi perdere causam”.
Francesco Ruffini
C'è una nobiltà austera che non passa dalle armi, ma dalla parola. Francesco Ruffini ne fu incarnazione piena, fin dalla nascita, nel 1863, a Lessolo, in quel Piemonte di frontiera dove le valli sanno ancora di fatica e di idee. La sua famiglia, borghesia liberale colta e austera, aveva lasciato Andrate per Borgofranco e poi per Lessolo, dove il padre Martino, avvocato e giudice mandamentale, morì troppo presto. Fu la madre, Elisa Ambrosetti, donna d'Ivrea, a formare il carattere e l’anima del giovane Francesco. “La prima e suprema istitutrice della mia vita”, la chiamava lui.
Diventò giurista, canonista, studioso del diritto ecclesiastico, docente a Genova e poi a Torino. Rettore dell’Università, senatore del Regno, ministro dell’Istruzione sotto il governo Boselli. Un liberale convinto, ancorato a un’idea alta dello Stato e dei diritti individuali, profondamente legato al pensiero laico e alla libertà religiosa, che affrontava nei suoi trattati come altri affrontano una battaglia. Quando nel 1931 il regime fascista impose il giuramento di fedeltà, Ruffini fu tra i 14 docenti italiani che si rifiutarono di prestarlo: “Mi parrebbe di avere vissuto invano”. Parole definitive.
Fu aggredito, isolato, cacciato dall’Università. Ma non tacque mai. Con Benedetto Croce firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti; con suo figlio Edoardo scrisse ad Einstein, nella speranza che il prestigio internazionale servisse da scudo morale contro l’arroganza del regime. Einstein rispose, scrisse al governo, ma invano. Ruffini non rientrò più in cattedra.
Morì nel marzo del 1934, nel silenzio imposto da un'Italia ormai sottomessa. Ai suoi funerali non c’era la Facoltà Giuridica, ma c’erano Croce ed Einaudi. E c’era quell’idea di libertà per cui Francesco Ruffini aveva sacrificato tutto. Maestro di Bobbio, Galante Garrone, Passerin d’Entrèves, Gobetti. Figura di transizione fra il liberalismo risorgimentale e l'antifascismo morale.
La sua tomba è nel piccolo cimitero di Montebuono a Borgofranco. Ma la sua statua è all’Università di Torino. Non perché il regime volle dimenticarlo, ma perché la sua voce, ferma e solitaria, non volle mai spegnersi. E quella voce, ancora oggi, ci parla.
A lui è intitolata la biblioteca di Pont Canavese.