Tratto da: Correva l'acqua e girava la ruota - Enrico Chiades
A Pont Canavese l’odore dell’industria non è sempre stato quello acre del ferro arroventato o del vapore che saliva dalle filande. C’è stato un tempo, lungo e persistente, in cui a impregnare l’aria era il puzzo acido della calce viva, delle pelli in decomposizione e della formaldeide. Era l’odore delle fauterie, le antiche concerie, che sorgevano tra le Roggie e le Fusine, a ridosso del paese, in certi casi fin dentro le sue vene abitate. Le più antiche testimonianze risalgono al 1592, quando Lorenzo Pillatone, da Ivrea, dichiarava al catasto il possesso di un’“affaiteria” con “gogli”, le vasche per la concia, e tutte le sue pertinenze. E da allora, tra furti rocamboleschi di pelli, come quello denunciato nel 1774 dai Patritto e dai Berchiatti, e passaggi di proprietà, la concia delle pelli rimase una delle attività più rumorose, maleodoranti eppure redditizie di Pont per oltre tre secoli.
Nel 1884 Giuseppe Panier Suffat riceveva una medaglia d’argento all’Esposizione generale italiana di Torino per la qualità dei suoi pellami. Le sue vasche erano nella regione delle Roggie, dove già un tempo il Craveri Domenico aveva esercitato. La concia vegetale, a base di tannino di quercia, era stata affiancata da metodi più rapidi, come i bottali girevoli, e la produzione si faceva più efficiente, ma non meno inquinante. Si lavorava la pelle da suola e tomaia, venduta poi a ditte come Superga, Socopel, Azzanetti, Fumagalli. I Bertoldi ne ereditarono l’attività, trasformandola in una conceria moderna per l’epoca, con venticinque operai e due impiegati.
Pont non sapeva di lavanda. Era la città dei mulini, delle fucine, delle filande e delle concerie. Il “Che prufum” di Guido Bertoldi, quando entrava ogni mattina nella sua fabbrica, era una battuta amara e affettuosa che oggi suona quasi come un epitaffio. Quando la conceria chiuse nel 1970, si chiuse anche una delle pagine più intense – e meno profumate – della storia industriale canavesana.