C’erano una volta le valli selvagge della Soana e una famiglia, i Craveri, che da quelle cime scese verso valle portando con sé la forza ruvida della montagna e il fiuto degli imprenditori. Provenienti da Ingria, si stabilirono a Pont Canavese in un’epoca in cui il borgo cominciava a prendere forma, intorno al XVII secolo. Mentre il desiderio di libertà delle comunità alpine lasciava il passo all’ambizione commerciale, i Craveri abbracciavano la nuova era: si fecero imprenditori di legname, carbone e metalli. Con grandi proprietà fondiarie e boschive, la famiglia si impose rapidamente come una delle più influenti della zona. La loro attività principale? Lavorare il ferro e il rame, spesso estratti dalle miniere locali. Ma non solo: usavano il legname delle proprie terre per produrre carbone, venduto o impiegato nelle proprie fucine.
E a Pont, nella loro dimora, una mappa del 1833 – ancora oggi conservata – mostra i luoghi strategici dei loro impianti, tra cui Valprato, Ronco e Pont stesso. Non erano solo bravi artigiani: i Craveri erano anche pionieri della qualità. Nel 1829 ricevettero una medaglia di bronzo per la produzione delle prestigiose catene “all’inglese”. A quel tempo, due famiglie dominavano Pont: i Craveri, padroni di boschi, fucine e concerie, e i Destefanis, illustri nelle arti amministrative e diplomatiche. Ma il destino ha sempre i suoi piani. L’Ottocento portò la rivoluzione industriale... e un problema genealogico: la mancanza di eredi maschi. Così, l’attività artigianale cominciò a rallentare. I Craveri cedettero parte dei propri terreni alla nascente Manifattura di Pont, contribuendo in modo decisivo alla crescita industriale del paese. Proprio in quel periodo nacquero la via Circonvallazione e l’attuale parco della villa, realizzato grazie a un’imponente opera di sbancamento della collina, con tanto di mine. Il ramo femminile della famiglia prese il timone: Marianna Craveri, generosa benefattrice dell’asilo locale, sposò Francesco Borgarello, notaio di Casa Reale. Da lì, la stirpe si intrecciò con le famiglie Borgarello, Boeri, Borzone, Giriodi, Folco, Guglielminetti e Hess. Tra tutte, spicca la figura della “signora Folco”, ricordata con affetto dai pontesi più anziani: vestiva con eleganza nobiliare ma non esitava ad accogliere e curare feriti di ogni schieramento durante i tempi difficili della guerra civile. A lei si deve anche il restauro dell’elegante facciata della casa di via Caviglione 16, dono di nozze del marito. Oggi, i discendenti tornano ogni estate a Pont, tra le stanze della casa degli avi. Sono parte viva del paese e della sua memoria. E al C.A.P., il Club Alpino Pontese, si sentono ancora a casa.
______________________________________________
Tratto da un racconto di Giulio Guglielminetti
Nelle sere estive a Pont, in famiglia si raccontavano storie e aneddoti del paese e del Canavese, davanti a Nonna Lucia Folco, a mia madre e a mia zia. Una figura ricorrente era quella della mia quadrisnonna, Marianna Craveri, originaria della Val Soana e trasferita a Pont, dove sposò Francesco Borgarello, notaio e avvocato torinese attivo nei fervidi anni del Risorgimento. Lo studio del Borgarello, situato a Torino, serviva importanti famiglie dell’epoca — tra cui si dice i Cavour, i De Sonnaz, persino la Legazione di Francia.
Marianna invece gestiva, da Pont e da Pavarolo, le attività agricole della famiglia, sia in Canavese sia nelle colline chieresi. A Pont, dalla casa di famiglia oggi nota come Palazzo Borgarello, dirigeva anche l’ultimo dei Craveri, suo fratello Domenico, scapolo brillante e convinto. Dall’altro lato, sulle colline attorno a Chieri, i Borgarello possedevano cascine, vigne eccellenti e una villa a Pavarolo dove, fino alla vendita nel 1956, la mia famiglia villeggiava a fine estate.
Fra il vino aspro prodotto dalla vigna sul Truc di Pont e quello pregiato delle colline chieresi, la scelta fu facile. Marianna, affiancata poi dalla nuora Lucia Fontana, trasformò il Truc in un parco dal gusto romantico, rinunciando alla coltivazione della vite. Da allora, a Pont, quella collina non ha più conosciuto la vendemmia.
D’autunno, Marianna lasciava Pont per ritirarsi nella casa di campagna di Pavarolo, dove il clima era più mite e i profumi di stagione — funghi, tartufi, meliga — si univano a quello del vino. A Pont conserviamo ancora un diploma per la qualità dei vini prodotti dai Borgarello.
Pur avendo casa a Torino, Marianna vi soggiornava raramente: preferiva Pont e Pavarolo, luoghi dove si sentiva davvero padrona di casa.
Si racconta anche un aneddoto curioso: quando correva voce che Vittorio Emanuele II, giovane Re di Sardegna e appassionato cacciatore, stesse per passare da Pont in direzione delle sue amate Valli Orco e Soana, Marianna si preparava con grande eleganza. Il cocchiere allestiva il calesse e, ben attento a non urtare i bordi di via del Commercio, la conduceva — forse con una parente De Stefanis — nella zona dell’attuale piazza Europa, allora chiamata Fond Pont. Lì, ombrellino alla mano, attendeva il passaggio fulmineo del corteo reale diretto a Campiglia, Valprato, Noasca, Ceresole o al padiglione di caccia del Gran Piano, oggi sede delle Guardie del Parco del Gran Paradiso.
Il corteo, composto da aiutanti di campo, scorta e servitori, lasciava appena il tempo per uno sguardo. Poi, soddisfatta, Marianna tornava al suo palazzo. Quanto al Re, si dice che non vedesse l’ora di godersi i piatti semplici e robusti dei monti canavesani.
Il perché il palazzo si chiami Borgarello e non Craveri, non è noto. Possiamo soltanto... immaginare.
_____________________
Tratto da un racconto di Claudio Danzero
C’è una data, in fondo, che chiude simbolicamente un’epoca per i Craveri: la fine dell’Ottocento, quando il ramo maschile si estingue e il palazzo di via Caviglione passa, per eredità, alle donne della famiglia. Ma prima che il tempo sovrapponga alla casata il nome dei Borgarello, e poi quello dei Folco, c’è ancora un gesto da ricordare, un segno lasciato sulla pietra.
Folco, fratello di Marianna Craveri, è l’uomo che, nel cuore del primo Novecento, offre alla sposa un dono singolare: il restauro completo della facciata del palazzo di Pont, quella stessa facciata che oggi ogni passante fotografa, che i pittori cercano di catturare e che le guide citano come simbolo dell’intero paese. Lo fa senza retorica, come si conviene a chi ha vissuto tra le righe di una nobiltà operosa e discreta. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cotto di Castellamonte, decori geometrizzanti, ferri battuti monumentali che sfidano il tempo e raccontano un’epoca in cui l’eleganza era anche affermazione di responsabilità pubblica.
Non cercò mai onori pubblici, né lasciò memorie solenni. Eppure il suo gesto è rimasto scolpito non solo sul cotto delle arcate ma nella continuità di un’identità familiare e cittadina. Oggi, chi attraversa via Caviglione sotto il portico, magari senza saperlo, cammina accanto all’ultima firma di un Craveri che ha saputo restituire forma e orgoglio a un pezzo della storia di Pont.