Nel cuore antico di Pont Canavese, dietro i portici ormai silenziosi di via Caviglione, si nasconde la storia di un piccolo convento francescano e della sua chiesa, la cui prima menzione certa risale a un atto del 20 giugno 1604. È il documento di una confraternita devota alla Passione di Cristo e alla Madonna, che già allora celebrava riti solenni nella Settimana Santa e nelle domeniche di maggio. Ma l’edificio sacro, a quel tempo, era poco più di un oratorio, tanto modesto che nel 1620, durante una visita vescovile, fu descritto come una misera chiesetta: un tetto per metà voltato e per metà scoperto, pavimento in terra battuta, un'aria di provvisorietà che tradiva la povertà e l’urgenza spirituale di chi l’aveva costruita.
Fu proprio in quell’anno, il 1620, che si aprirono le pratiche per portare a Pont un convento di frati minori osservanti. In un primo momento si pensò di collocarli nei pressi della chiesa di Doblazio, poi si preferì questo angolo più raccolto del borgo. I frati si stabilirono, ampliarono e migliorarono la struttura esistente, ma non riuscirono mai a darle l’aspetto maestoso dei grandi conventi: restò una dimora umile, coerente con lo spirito francescano, un piccolo monastero poi soppresso nel 1802 dalle leggi napoleoniche, come tanti altri in Piemonte. La chiesa, però, sopravvisse. Ancora consacrata, ancora viva, austera e luminosa, conserva quadri ispirati alla spiritualità francescana e un altare sobrio che racconta secoli di preghiera silenziosa.
Accanto alla chiesa, un affresco annerito dal tempo raffigura la Madonna col Bambino e alcuni santi. È malridotto, ma ancora leggibile, come se volesse ricordare ai passanti distratti che qui la fede ha avuto casa per secoli.
E poi c’è la figura straordinaria di fra Giovan Battista Bonatto, francescano pontese nato nel 1600, missionario in Tripolitania e morto martire nel 1653, arso vivo per aver cercato di ricondurre alla fede cristiana un governatore convertito all’Islam. La sua effigie, conservata nella chiesa, lo mostra nella gloria celeste, testimone di una fede ardente e di un Canavese che, anche nelle sue valli più remote, ha saputo generare santi e martiri.