Nel cuore del borgo di Pont Canavese, nascosto fra cortili e memorie, si trova un piccolo scrigno che custodisce la vita di un tempo: il Museo Etnografico realizzato nel 1996 dall’Associazione Ij Canteir. Non è un grande museo, ma ha quella potenza silenziosa delle cose autentiche. Vi si entra e si ha subito la sensazione che il tempo si sia fermato, che gli attrezzi del lavoro quotidiano – la sega del segantino, la mola dell’arrotino, il banco del calzolaio – aspettino solo che le mani ruvide e sapienti dei loro proprietari tornino a impugnarli.
Qui la memoria non è astratta. È fatta di gesti: il ferro battuto sull’incudine, la stoffa filata e cucita, il rame martellato, la fuliggine dello spazzacamino. La Pont che si racconta attraverso questi oggetti non è un luogo mitico, ma una comunità viva in cui il falegname faceva anche il contadino, la donna tesseva, filava e cucinava, e la stessa persona cambiava mestiere più volte nello stesso giorno. È un affresco di economia minuta e intelligente, in cui artigianato, agricoltura e commercio si mescolavano con fluidità sorprendente.
Le immagini, i costumi, i manifesti d’epoca raccontano una Pont che fisicamente non esiste più, ma che continua a vivere nei ricordi di chi l’ha abitata e nelle tradizioni di chi ancora oggi ne custodisce l’anima. Appena usciti dal museo, sulla strada in discesa, si incontra la nobile architettura dell’Asilo Infantile, aperto nel 1877, divenuto Ente Morale nel 1912 e oggi Scuola Materna. Di fronte, protetta da un alto muro in pietra, inizia la ripida rampa che un tempo vedeva salire zoccoli, gerle e bambini: la vita, insomma.