Fonte: Marino Tarizzo - NATALINA MONTE Una storia breve
Natalina Monte, classe 1926, nasce a Faiallo, una borgata rurale di Pont Canavese, figlia unica di Domenico – arrotino – e Teresa – tessitrice. Cresciuta in un contesto contadino e montanaro, la sua infanzia è segnata da un’intelligenza vivace e un carattere forte. Frequenta la scuola a Pianseretto e poi una rinomata scuola di cucito tenuta da Aurelia, la maestra più stimata della zona, guadagnandosi presto l’ingresso alla Manifattura come tessitrice. La sua giovinezza si svolge tra lavoro, amicizie femminili, giornate di fatica e piccoli momenti di leggerezza, come le feste nei borghi montani e i primi amori.
Ma la guerra la travolge con forza. Dopo l’8 settembre 1943, Natalina si avvicina, come molte ragazze della sua età, alla Resistenza, probabilmente anche grazie a un giovane partigiano, Nino, di cui si innamora. Frequenta i boschi della Val Verdassa, funge da tramite tra i partigiani e la popolazione civile, e non si lascia intimidire neppure da un corteggiamento sgradito da parte di un repubblichino, soprannominato "Otto". Proprio una battuta fatta a un posto di blocco, dove ammette ironicamente di andare a trovare "i suoi amici partigiani", le costa l’arresto. Viene condotta alla caserma di Cuorgnè, interrogata, e infine deportata in Germania.
Il suo destino si consuma nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove viene sottoposta a esperimenti medici, probabilmente di sterilizzazione o innesto di tessuti. Le violenze subite, che le lasciano cicatrici visibili e dolori cronici, non riescono tuttavia a spegnere la sua dignità. Torna in patria solo nel 1946, devastata nel corpo e nell’animo, ma non domata nello spirito. Muore il 13 agosto 1947, a ventun anni appena compiuti. Il suo funerale, seguito da tutta la comunità e da ex deportati, è un momento di lutto collettivo e di consapevolezza. Natalina diventa così simbolo del sacrificio silenzioso delle donne, della resistenza civile e del prezzo umano della libertà.