Fulvio Ottorino Roscio nasce a Donnaz nel 1895, figlio di un procuratore del Re e di una madre canavesana: insomma, famiglia rispettabile, buona borghesia piemontese. Ma Fulvio, da bravo adolescente inquieto, sogna altro. Non il diritto, non il latino: sogna le montagne, e infatti si arruola volontario negli Alpini già durante il liceo. Fa il classico a Genova, ma scrive poesie e articoli satirici sul giornalino scolastico firmandosi “Fulvio Miccia” – un nomignolo che dice già tutto su che tipo fosse: brillante, ironico, forse un po’ canzonatore.
Nel 1913 entra alla Scuola Militare di Modena: ha 18 anni e l’Italia è ancora in pace. Ma non per molto. Due anni dopo, nel marzo del 1915, diventa sottotenente. Lo spediscono al 3° Alpini, battaglione “Fenestrelle”, che già si trova a Belluno, a due passi dal fronte. Lì comincia la sua vera storia: dura, faticosa, spesso assurda. Perché la guerra in montagna, sulle Dolomiti, è una cosa fuori dal mondo: altitudini da capogiro, freddo cane anche in estate, e nemici che sparano da dietro ogni sasso.
Fulvio partecipa a un’operazione dopo l’altra. A Cima Vallona, all’alba del 9 giugno, si arrampica su per un costone con i suoi uomini, e riesce a prenderla. A Cima Palombino, pochi giorni dopo, è tra i primi a raggiungere la vetta. Ma non è solo questione di coraggio – che quello ce l’hanno in tanti – è che Fulvio si butta avanti, sempre davanti a tutti. E i suoi soldati lo seguono, lo rispettano. È giovane come loro, ha vent’anni, ma lo trattano da leader.
Poi arriva luglio, e con lui la follia: devono conquistare Cima Cavallino. Gli italiani ci provano due volte, il 9 e il 18, e Fulvio è sempre lì. Alla fine, in agosto, lo mandano su al Passo della Sentinella, un valico maledetto a 2700 metri, tra Croda Rossa e Cima Undici. Un inferno di rocce e fuoco. Sta guidando un attacco notturno con un plotone di arditi, coperti dal fuoco dell’artiglieria. Ma una pallottola lo colpisce alla gamba: recide l’arteria femorale. Un suo caporale cerca di salvarlo, lo trascina via dal fuoco. Ma non c’è niente da fare: Fulvio muore dissanguato in mezz’ora.
Aveva vent’anni. Viene sepolto a Santo Stefano di Cadore, e il suo capitano, durante il funerale, dice solo: “Fieui, rcordeve 'd Roscio.” Ragazzi, ricordatevi di Roscio.
Nel 1917 gli danno la Medaglia d’Argento. Nella motivazione c’è scritto che fu “esempio costante di ardimento e valore”. Ma non serviva scriverlo. I suoi compagni lo sapevano già.
Oggi a Pont Canavese, il suo nome è diventato una via. Ma più che una targa, Fulvio Roscio è il simbolo di una generazione che si è giocata tutto prima ancora di diventare adulta. E l’ha fatto con coraggio, ma anche con leggerezza. Quella leggerezza feroce che spesso solo i ventenni riescono ad avere, anche in guerra.